Antonio Scurati – La seconda mezzanotte

Antonio Scurati è nato a Napoli nel 1969, ma ha vissuto per molti anni a Venezia. Dopo essersi laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano, completa poi la sua formazione conseguendo un dottorato di ricerca in Teoria e analisi del testo all’Università di Bergamo. Nel 2008 si trasferisce alla Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, dove svolge l’attività di ricercatore e docente titolare nell’ambito del Laboratorio di Scrittura Creativa e del Laboratorio di Oralità e Retorica. Accanto all’attività di docente e di ricercatore, si dedica alla scrittura letteraria, ha pubblicato: Il sopravvissuto nel 2005, Il bambino che sognava la fine del mondo nel 2009 e Gli anni che non stiamo vivendo. Il tempo della cronaca, nel 2010.

“La seconda mezzanotte” è come genere letterario una distopia, è un’ipotesi di un futuro invivibile, è un’amplificazione e rappresentazione di alcune tendenze del nostro presente … era stata una catastrofe al rallentatore … cito questa frase del romanzo per chiederle in che momento siamo, secondo lei, dell’apocalisse in cui si parla nel suo libro? La metafora della catastrofe annunciata, ammesso che si tratta di metafora, è centrale nel romanzo. Io ho traslato in questo futuro ipotetico una sensazione che penso sia nostra. In questo presente sia largamente diffusa. La sensazione di una dissoluzione, del mondo così come lo conoscevamo. Ovviamente poi non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo e l’inizio di un altro. La dissoluzione e la distruzione che un giorno abbiamo scoperto essere alle nostre spalle; a lungo l’immaginario catastrofico ci ha proiettato un futuro apocalittico che noi un giorno avremmo, sgomenti, visualizzato dinanzi a noi. Quand’è che tutto è andato a male? Siamo qui a chiedercelo. Lavoravamo, producevamo alcuni di noi pagavano perfino le tasse. Perché adesso ci dicono che siamo poveri? Secondo me è da questo sentire una catastrofe già accaduta che dobbiamo ripartire. Catastrofe che per ora è innanzitutto culturale e morale, rischia di esserlo anche economica e di altro tipo. È una distopia che si colloca nella tradizione tipica della distopia politica novecentesca. È un romanzo al Orwell “1984”. Quelli erano i miei modelli.

Qual è il compito del romanziere moderno, suggerire delle soluzioni, avvisare, registrare gli eventi o creare dubbi? Il compito dello scrittore e del romanziere è, secondo me, quello che al romanziere gli assegnò Anton Cechov. Il romanziere è colui che pone le questioni scottanti non colui che le risolve. Già se uno riuscisse a porle …

Il suo libro attraversa differenti momenti storici: dall’antica Roma dei gladiatori, e dei primi cristiani, nascosti qui in una città abbandonata, passando per cenni sulla seconda guerra mondiale o sui poeti maledetti di fine ottocento (Rimbaud, Verlaine) con la descrizione degli Omega che assumono l’assenzio, cosa ha inserito della nostra storia più recente? Ci sono dei rimandi alla Roma imperiale e di altre stagioni della storia culturale europea. Di solito i lettori più distratti ci vedono i rimandi al cinema hollywoodiano che ci sono, ma in realtà sono marginali. In verità nella Venezia futuribile, che è una capitale imperiale di un impero decadente e sfinito e che si rifà per molti aspetti alla Roma dell’età imperiale, ci sono tratti culturali e sottoculturali del nostro presente; il principale dei quali è: l’oscenità. È il tratto osceno che va a caratterizzare il potere in una sua fase di decadenza. C’è il vuoto morale, l’assenza di qualsiasi interdetto d’inibizione di tipo morale soprattutto in campo sessuale. Mentre il potere fino alla generazione precedente si esercitava attraverso forme di autocensura morale, da vent’anni a questa parte il potere, in Italia, ha cominciato a esercitarsi attraverso l’ostentazione della propria depravazione. È un cambiamento non da poco che ci pone all’avanguardia della retroguardia. Adesso sembriamo essercene dimenticati, perché da qualche mese siamo a parlare di austerità, ma è qualcosa che ha scavato a fondo nella nostra cultura nazionale e di cui faremo fatica a liberarci.