Che fine ha fatto l’ebola?

Recentemente Timothy La Rose, ha espresso le sue opinioni sulla fine dell’ebola. Esperto in comunicazioni e dal 2013 coordina le comunicazione del Unicef nella Repubblica di Guinea, La Rose ha vissuto tutta la crisi dell’ebola.

Da un lato l’esperto ha rincuorato affermando che ormai sappiamo come contrastare il terribile virus ma dall’altro ha precisato che occorre non abbassare la guardia e ripristinare e migliorare quanto prima i servizi igienici, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione per i bambini soggetti deboli e fra i più vulnerabili.

Se Liberia, Sierra Leone e Guinea sono stati i paesi più colpiti lo si deve infatti al basso livello organizzativo dei rispettivi sistemi sanitari.

Cosa sappiamo dell’Ebola?

È un virus che provoca febbre emorragica virale cui molti autori hanno dedicato libri e saggi.

Il virus prende il nome dal fiume Ebola, nell’ex Zaire, fa parte della famiglia dei Filoviridae e si presenta in cinque ceppi, di cui quattro responsabili appunto della febbre emorragica spesso mortale per l’uomo.

L’Ebola ha un periodo di incubazione, che può variare dai 2 ai 21 giorni con una sintomatologia che si manifesta inizialmente con febbre, malessere generale, cefalea, mialgie, faringite, cui seguono vomito, diarrea e il coinvolgimento del sistema epatico.

Oltre all’elenco di sintomi (ne ho elencati solo alcuni perché a volte cambiano) c’è la letalità della malattia a preoccupare l’opinione pubblica. In una circolare contenente le linee guida per la prevenzione ed il controllo della malattia, già nel maggio del 1995, si segnalava che poteva essere mortale dal 50 al 90% dei casi.

Libri, verità e invenzioni sull’Ebola.

Molti autori ne hanno fatto il proprio cavallo di battaglia o, se vogliamo essere più cinici, ne hanno scoperto l’alto valore propedeutico al miglioramento delle proprie finanze. Hanno prolificano, infatti, esponenzialmente libri che parlano di epidemie mondiali. Questi autori alla ricerca del fatto sensazionale dimostrano spesso improvvisazioni disarmanti e finiscono con in consigliare male e informare peggio, provocando allarmismi infondati.

La storia dell’Ebola è anche nel libro di Peter Piot in questo caso però le cose stanno in modo ben diverso.

L’autore fu fra quelli che nel 1976 identificarono questo nuovo virus da dei campioni di sangue ricevuti dallo Zaire. Piot, in seguito, studiò l’Ebola direttamente in Africa centrale con un team composto appositamente per queste ricerche.

Oggi sappiamo molto di più su questo virus e sul come prevenirne la diffusione. Le precauzioni, in realtà, sono quelle tradizionali e già attuate per altre malattie, certo a meno di mutazioni che per ora però non sembrano molto probabili.

Intanto bisogna dire che il contagio interumano non avviene per via aerea, ma solo con un contatto diretto di fluidi corporei (saliva, sangue) e solo con malattia in atto e non in incubazione. Un colpo di tosse può essere veicolo di contagio, ma solo se a breve distanza, a meno di un metro di distanza (questo è comunque il motivo per cui i medici utilizzano maschere apposite).

L’ebola è finita?

Le buone notizie in campo terapeutico erano già arrivate con la guarigione del dottore-missionario americano Kent Brantly, contagiato ai primi di agosto del 2014 da Ebola e dimesso dall’Emory University Hospital di Atlanta (USA).

Il medico, contagiato e guarito assieme all’infermiera Nancy Writebol, è stato curato con il siero sperimentale Zmapp, un farmaco che impedisce al virus di superare le membrane cellulari, fermandolo, in pratica, prima che possa moltiplicarsi all’interno delle cellule.

La lotta a questo terribile virus comunque non può dirsi finita e non solo per quanto sostiene lo stesso Peter Piot: “L’errore più piccolo può essere fatale per il personale impegnato nella cura dei malati di Ebola o dei corpi delle vittime del virus”, ma anche perché non si devono dimenticare le popolazioni che non possono ancora ricevere le cure del medico e dell’infermiera americana.

Ibrhim Sesay del Nerc del National Ebola Response Center, ha spiegato che è in corso un’inchiesta epidemiologica per determinare l’origine della contaminazione, aggiungendo:” Ebola si comporta come l’attore principale di un film dell’orrore: la crediamo vinta e si presenta di nuovo”.

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