Intervista all’attore Maurizio Micheli.

Abbiamo intervistato Maurizio Micheli su lo spettacolo L’apparenza inganna e con lui abbiamo potuto fare alcune riflessioni sul mondo del teatro.

Visto ciò che rappresentate è oggi particolarmente sentito, con la crisi e la mancanza di lavoro, volevate lasciare un messaggio o qualcosa comunque su cui far riflettere? Messaggio è una parola “grossa”, però certo trattiamo l’argomento sia pure in maniera comica e divertente. Si parla di “ottimizzazione” come se fosse una bella parola, invece “ottimizzazione” vuol dire licenziamenti. Messaggio no, però certo trattare l’argomento della perdita del posto di lavoro, trattare l’argomento della omofobia, quindi la discriminazione sessuale, sono tutti temi di oggi; trovarli in una commedia comica e brillante come questa è raro e difficile.

Per far ridere si deve raccontare la realtà? Per far ridere si deve raccontare i problemi. Certo uno che non ha problemi non fa ridere. Si ride, magari in maniera amara a volte, di qualcuno che si trova in difficoltà. Questa è la base del teatro comico. Raccontare i problemi, raccontare le “sfighe” di una persona, i colpi di sfortuna di una persona: fa ridere e, a volte, anche riflettere.

Lei è molto conosciuto a teatro per “Mi voleva Strehler” ,quanto c’era di autobiografico in quello spettacolo? In “Mi voleva Strehler” c’era moltissimo di autobiografico. Quando ho debuttato nel ’78, era la storia di un attore allora giovanissimo che arrivava a Milano dalla provincia. Nel mio caso nella mia città natale che è Livorno e dalla mia città adottiva che è Bari. C’era moltissimo di autobiografico. Lo faccio ancora dopo trentatré anni!

Che cosa ha in comune, invece, con il suo personaggio di L’apparenza inganna? Proprio in comune nulla. È indubbiamente un ometto, un piccolo uomo, a me piace raccontare i non eroi, i non protagonisti della vita, è una pedina società che si ribella! Perché poi lui si ribella in questo spettacolo. Si finge omosessuale per non perdere il posto di lavoro, ma poi dice una battuta: ” Da quando passo per gay, ho cominciato a comportarmi da uomo!”. Il piccolo uomo che si ribella al potere, in questo caso al direttore del personale che lo licenzia: mi piace raccontarlo. Un piccolo uomo che si riscatta!

In passato la critica sui giornali aveva un effetto anche sulle fortune di uno spettacolo, cosa è cambiato? Inutile dire che la critica ha perso un po’ di senso, negli ultimi tempi. Un po’ perché i giornali danno pochissimo spazio al teatro, se non a qualche evento o comunque qualcosa che i giornali giudicano evento. Non sempre è un evento, ma insomma lo giudicano tale. Lo spazio per il teatro è poco, per il cinema già un po’ di più per la televisione è moltissimo. Una volta la critica aveva una funzione diciamo costruttiva. Il critico era un operatore teatrale, non era soltanto uno che criticava una cosa. Era un teatrante che commentava, sul giornale, uno spettacolo dando non solo un giudizio, ma anche, perché no, dei consigli. La funzione del critico, una volta, era molto più importante. Si è persa anche perché, forse, ci sono cose più importanti del teatro.

C’è nella sua lunga carriera un personaggio cui ti sei avvicinato con maggiore empatia e uno, al contrario, con maggiori difficoltà? Un po’ l’uno e l’altro diciamo. In genere scelgo quello che faccio, per cui cerco di stabilire questo rapporto di empatia con il pubblico. È capitato, qualche volta di aver sbagliato personaggio, perché non l’avevo scelto io. Mi conosco ormai, sono quarantadue anni a giugno che faccio questo mestiere. Se li scelgo io, in genere li scelgo giusti perché mi somigliano. A volte ho ricevuto delle offerte che non ho rifiutato, ma il personaggio non era adatto a me.

A lei capita di provare qualcosa di simile alla malinconia del clown? Tutti i giorni! Questo capita tutti i giorni. Tutti i giorni mi domando se ho fatto bene a fare questo mestiere. Tutti i giorni ho dei momenti di malinconia. Una volta qualcuno mi chiamò “malincomico”. Chi fa per mestiere quello di far ridere il pubblico molto spesso, non dico che ha degli attacchi di depressione, ma si intristisce. Salvo poi, quando si accendono le luci, svegliarsi.

Biografia Nato a Livorno, è cresciuto a Bari, dove inizia la sua carriera presso il teatro universitario. Studia arte drammatica al Piccolo Teatro di Milano. Scrive e mette in scena una serie di spettacoli di cabaret finché nel 1978 debutta con Mi voleva Strehler. A teatro ha recitato, tra le tante commedie, in L’opera dello sghignazzo di Dario Fo, Un paio d’ali di Garinei e Giovannini, La presidentessa con Sabrina Ferilli, e ultimamente Italiani si nasce con Tullio Solenghi con il quale è ora in tournèe con L’apparenza inganna.

Della sua filmografia, ricordiamo: Allegro non troppo (1977), Caffè Express (1980), La terrazza (1980), Teste di cuoio (1981), Testa o croce (1982), Mani di fata (1983), fino agli ultimi film Un’estate al mare (2008) e L’uomo nero (2009).

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