L’eutanasia

Banasco sull'eutanasia, si riparla di Eluana Englaro

In Italia i casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro  riaprirono in televisione e sui principali giornali il dibattito sull’eutanasia . Il dibattito sulla legalizzazione dell’eutanasia torna, infatti, nell’attenzione pubblica solo se veicolato da eventi di notevole drammaticità. Parlare della morte non fa parte delle conversazioni quotidiane, troppo angosciante e sgradevole come argomento, ma l’eutanasia coinvolge un numero elevato di aspetti etici e sociali che dovranno essere affrontati con la giusta consapevolezza.

Tutto si riconduce essenzialmente a una richiesta del paziente il quale, temendo le conseguenze degenerative di una malattia, esprime la volontà di porre fine alla propria esistenza. Ma si deve precisare che per parlare di eutanasia   è necessario che il paziente sia cosciente. Comporta una diversa valutazione il caso di un individuo passato traumaticamente in stato vegetativo, ad esempio Eluana Englaro , che abbia in precedenza espresso le sue volontà, magari anche tramite testamento biologico.

Il primo aspetto da considerare è se la volontà del paziente possa ritenersi sempre consapevole; non ci sono dubbi che l’essere messo a conoscenza di una malattia dolorosa e inevitabilmente mortale possa indurre il soggetto a stati d’animo depressivi che ne comprometterebbero la lucidità.

L’eutanasia potrebbe avvenire, secondo i sostenitori della sua legalizzazione, al termine di un percorso medico-malato con la collaborazione di un assistente sociale o di uno psicologo e questo potrebbe portare, forse, a una scelta consapevole.

Per chi è contrario all’eutanasia, è imprescindibile la difesa della vita come principio essenziale dal quale far partire la tutela di qualunque altro diritto umano. Un pericolo ulteriore risiede nella potenziale trasformazione dell’eutanasia passiva in una disinvolta attuazione di eutanasia attiva in campo pediatrico o geriatrico.

È di questi giorni l’appello Angelo Bagnasco contro l’eutanasia (ma parlava anche di aborto). Commentando a Genova il messaggio di Benedetto XVI per la giornata della pace, il presidente della CEI si è rivolto ai partiti perché inseriscano nei loro programmi i «principi non negoziabili» sostenuti dal Pontefice.

Le stesse terapie possono, in situazioni diverse, alleviare le sofferenze del paziente oppure sottoporlo a inutili costrizioni, l’applicazione deve essere, quindi, il frutto di un’attenta valutazione. Il medico dovrebbe, perciò, mantenere una capacita critica e obiettiva di valutazione per decidere la soluzione e l’ideale sarebbe una collaborazione con il paziente.

È realistico aspettarsi e quasi pretendere da ogni medico una serenità di giudizio in situazioni così estreme dal punto di vista professionale e umano? Perché attribuire, per legge, capacità decisionali maggiori al medico che non allo stesso paziente? Ogni trattamento deve essere valutato nel suo specifico contesto, ma in assenza di una definizione univoca, come si può avere la certezza che una cura sia necessaria e non superflua? È possibile assicurare per legge una decisione obiettiva su una scelta in contrasto con uno degli istinti primari dell’uomo quale la sopravvivenza?

Decidere il rifiuto di cure e accettarne le conseguenze, affrontare dolori allucinanti o sparire nell’oblio; sono decisioni che possono essere affrontate certamente meglio grazie a un buon rapporto medico- paziente e al sostegno dei propri cari, ma rimane il dubbio che si possa legiferare, in un senso o nell’altro, su qualcosa che da sempre si sottrae a ogni ipotesi dell’uomo come la morte.

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